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La prima seduta non è un esame:
cosa aspettarsi davvero dal primo colloquio

Introduzione: L'ansia di premere "Chiama"

Hai il telefono in mano da giorni. Fissi quel numero salvato in rubrica o quel pulsante "contatta" sul sito web, ma il dito si ferma sempre un attimo prima. Oppure, forse hai già prenotato l'appuntamento, ma mancano poche ore all'incontro e senti lo stomaco chiudersi in una morsa, le mani che iniziano a sudare freddo e una voce insistente nella testa che ti sussurra scuse plausibili: "Forse non è il momento giusto", "In fondo non sto così male", "Magari posso annullare e rimandare al mese prossimo".

Se ti riconosci in questa descrizione, voglio darti subito una notizia fondamentale: è assolutamente normale.

L'ansia pre-colloquio è un fenomeno così comune che noi psicologi lo consideriamo quasi una parte integrante della terapia stessa, il "preludio" del lavoro che faremo insieme. La paura di essere giudicati, di non sapere cosa dire, di bloccarsi o di scoprire di essere "sbagliati" è un freno che paralizza molte persone, ritardando spesso di anni un benessere che potrebbe essere a portata di mano.

In questo articolo voglio portarti con me dentro la stanza di terapia (o dietro lo schermo, se scegli la modalità online) prima ancora che tu ci entri fisicamente. Ti spiegherò passo dopo passo cosa succede davvero, sfatando i miti cinematografici e smontando la paura irrazionale che la prima seduta sia un esame scolastico o un interrogatorio di polizia.

Perché ci sentiamo sotto esame? L'effetto autorità

Perché un semplice colloquio ci spaventa così tanto? La risposta risiede nel nostro condizionamento culturale. Fin da piccoli siamo abituati a vedere le figure professionali o autoritarie (insegnanti, medici, giudici) come persone preposte a valutarci. Andiamo dal medico e abbiamo paura che ci sgridi per i valori del sangue sballati; andiamo a un colloquio di lavoro e dobbiamo "venderci" performando al meglio; andiamo a un esame universitario e riceviamo un voto che definisce il nostro valore.

È naturale, quasi automatico, proiettare questa paura anche sulla figura dello psicologo. Il timore inconscio che si attiva è: "Ora mi analizzerà, mi guarderà dentro con i raggi X, scoprirà i miei segreti più oscuri e vergognosi e mi darà un voto negativo, oppure mi dirà che sono un caso disperato".

La realtà clinica, fortunatamente, è diametralmente opposta. Lo psicologo non è lì per valutare la tua performance morale, la tua intelligenza o la tua bontà. È lì come un esploratore neutrale e benevolo. Il suo obiettivo non è giudicare la storia che porti, ma capire "come" quella storia ti ha portato a soffrire oggi e come si può riscrivere il finale. In quello studio non esistono voti, non esistono bocciature. Esiste solo la comprensione.

Cosa succede davvero nei primi 45-50 minuti?

Togliamo il velo di mistero che spesso circonda la nostra professione. Cosa accade fisicamente? Dimentica i film di Woody Allen: non c'è (quasi mai) un lettino in cui ti stendi guardando il soffitto mentre un signore anziano prende appunti in silenzio alle tue spalle. Nella maggior parte dei casi moderni, inclusa la mia pratica, ci sono due poltrone comode una di fronte all'altra. È una conversazione tra due esseri umani.

1. L'accoglienza e il "Setting"

I primi minuti servono solo ad "atterrare". Ci si presenta, ci si accomoda. Spesso si gestiscono le questioni burocratiche (come il modulo sulla privacy, che è fondamentale per la tua tutela legale). Non devi entrare e iniziare a piangere o parlare a raffica appena varcata la soglia. Hai il tempo di toglierti il cappotto, letteralmente e metaforicamente. Lo psicologo sa che sei agitato e farà di tutto per metterti a tuo agio.

2. La domanda temuta (che in realtà è la più semplice)

Solitamente il colloquio inizia con una domanda molto aperta, per lasciarti la massima libertà. Potresti sentire frasi come: "Cosa la porta qui oggi?" oppure "In cosa sente di aver bisogno di aiuto in questo periodo della sua vita?".

Qui scatta spesso il panico da foglio bianco: "E se non so cosa dire? E se non so da dove iniziare?". Non preoccuparti. Non devi preparare un discorso, non devi avere una scaletta cronologica dei tuoi traumi. Molti pazienti iniziano dicendo: "In realtà non lo so bene, mi sento solo molto confuso e stanco, non mi riconosco più". Va benissimo così. È compito mio, attraverso le domande giuste, aiutarti a sbrogliare la matassa. Se ti blocchi, io non resterò in un silenzio imbarazzante a fissarti: ti lancerò una cima per aiutarti a ripartire.

3. "E se piango?"

Questa è la paura numero uno per chi è abituato a "tenere duro". C'è l'idea culturale che piangere davanti a uno sconosciuto sia umiliante, un segno di debolezza o di perdita di controllo.

In terapia, il pianto è considerato un dato clinico prezioso, non un errore o un incidente. Significa che abbiamo toccato un punto vivo, che le difese rigide si stanno finalmente abbassando. Nello studio dello psicologo c'è sempre una scatola di fazzoletti a portata di mano proprio per questo motivo. Se piangi, non verrai giudicato "isterico" o "fragile". Verrai accolto con rispetto, perché le tue lacrime sono parole che non riuscivano a uscire.

Tre miti da sfatare sul primo colloquio

Per abbassare ulteriormente l'ansia, smontiamo tre convinzioni errate molto diffuse:

L'obiettivo vero: valutarsi a vicenda (l'Alleanza Terapeutica)

C'è un aspetto cruciale che spesso i pazienti ansiosi dimenticano: la prima seduta serve anche a TE per valutare ME. La ricerca scientifica in psicologia clinica dimostra univocamente che il fattore più importante per il successo di una terapia non è la tecnica usata (cognitiva, dinamica, strategica, ecc.), ma la qualità dell'Alleanza Terapeutica. In parole povere: il feeling, la fiducia.

Durante il primo colloquio, cerca di ascoltare la tua pancia:

Se la risposta è no, hai tutto il diritto di non proseguire. La terapia non è un matrimonio indissolubile. È un percorso di cura che deve basarsi su una fiducia solida. Sei tu che assumi un professionista per la tua salute, hai il diritto di scegliere quello con cui ti senti più in sintonia.

Il Patto Terapeutico e le questioni pratiche

L'ansia si combatte con la chiarezza e la prevedibilità. Per questo, alla fine del primo colloquio (o del breve ciclo di valutazione, che a volte dura 2-3 incontri per avere un quadro completo), lo psicologo ti darà una restituzione chiara. Ti dirà qualcosa come: "Ho capito che il problema funziona in questo modo... e penso che possiamo lavorarci insieme seguendo questa strada".

Verranno stabilite le regole del gioco, il cosiddetto "Setting":

Conclusione: Il coraggio di iniziare

Prenotare la prima seduta è l'atto di coraggio più grande che tu possa fare per te stesso. Significa ammettere di essere vulnerabili, ma contemporaneamente decidere di volersi prendere cura di quella vulnerabilità con amore e rispetto.

L'ansia che senti ora, mentre leggi queste righe o guardi il numero di telefono, è solo la resistenza al cambiamento. È il vecchio equilibrio che scricchiola per far posto al nuovo. Una volta seduto su quella poltrona, passato il primo minuto di imbarazzo, la maggior parte delle persone tira un sospiro di sollievo profondo e pensa: "Avrei dovuto farlo prima".


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